La maggior parte dei maschi italiani nasce con la passione per il calcio nel sangue, probabilmente è una questione di genetica, un qualcosa che si eredita dalle generazioni precedenti quasi come il colore dei capelli o degli occhi; potevo io sfuggire a questa regola? No certo che no, io con l’amore per il pallone ci sono nato.

Il mio sogno da bambino naturalmente, era quello di diventare un calciatore e di emulare le gesta dei miei idoli, in particolare ero stregato dai 3 olandesi del grande Milan, ma un non vedente può giocare a calcio?

No certo che no pensavo, ma ciò non mi importava molto avevo i miei amici con i quali passavo la maggior parte dei giorni della mia infanzia in un cortile a giocare a calcio grazie ad un pallone in gomma con dentro un sonaglio o grazie a dei palloni normali rinchiusi in bustesi plastica per renderli rumorosi.

La cosa è cambiata crescendo, i miei amici andavano a fare gli allenamenti per coltivare il loro sogno e io ero costretto a rimanere a casa da solo a spettare di poter fare un giorno la stessa cosa. Proprio in uno di questi pomeriggi, ascoltando “La leva calcistica del 68″, una delle mie canzoni preferite da sempre, ho promesso a me stesso che un giorno sarei diventato un calciatore e che avrei giocato a buoni livelli.

Un pomeriggio dell’estate del 98, mentre ero in vacanza dagli zii, ricevo la telefonata di mia mamma che mi dice:”Ha chiamato Francesco, dice che sta organizzando una partita di calcio per non vedenti a Senigallia e vuole sapere se ti va di andare a provare”. Dopo pochi giorni ero in un negozio di articoli sportivi con mio padre a comprare il mio primo paio di scarpe da calcio, la cosa più bella che mi sia mai stata regalata!

Nel pomeriggio siamo finalmente andati alla partita, sono entrato per la prima volta in uno spogliatoio, parastinchi, calzettoni, divisa, scarpe da calcio e fuori il sogno che si realizza.

Di quella giornata custodisco gelosamente un sacco di ricordi, emozioni forti e contrastanti, ricordo un ragazzino impacciato messo in un gruppo di veterani che non sa bene cosa fare, ricordo la voglia di imparare e la paura di sbagliare, la consapevolezza di aver trovato la strada per entrare a far parte di quel mondo sognato da sempre ed il timore di non essere in grado di farne parte. L’entusiasmo, si, l’entusiasmo è la sensazione più forte che mi è rimasta attaccata addosso come un vestito, come una maglia da calcio, ho sentito subito l’esigenza di riprovare immediatamente. Dopo pochissimi giorni, io, Francesco, Gianni e Cristiano ci siamo ritrovati al campo di Sant’Elpidio a Mare per un piccolo allenamento e per due chiacchiere fra amici entusiasti; quel giorno nasce l’idea di fondare una squadra tutta nostra, quel giorno nasce l’A.C. Marche 2000.

A questo punto devo schiacciare pausa e fare un ringraziamento particolare prima di proseguire il mio racconto; la nostra squadra nasce e, pur fra mille difficoltà sopravvive grazie a due persone veramente speciali, la prima è mia mamma tuttora presidente dell’A.C. Marche 2000 che con il suo entusiasmo ha cercato sponsorizzazioni, fondato la società, ha organizzato trasferte, e manifestazioni. Ha sempre creduto nel progetto anche quando ha dovuto sacrificare molto di suo, quando mollare sarebbe stata la soluzione più logica ha trovato energie e risorse per proseguire l’avventura. L’altra persona è mio padre, che con dedizione, fatica ha preparato materiali indispensabili per il gioco, per moltissimi anni ci ha allenato, ha guidato il pulmino per migliaia di chilometri, su e giù per tutta Italia, accompagnandoci a fare le partite.

La prima amichevole è stata disputata contro la Roma, squadra piena di giocatori che hanno fatto e che fanno ancora la storia del nostro movimento; in porta c’era Sauro semplicemente un mostro, il Benji Price del calcio per non vedenti. La settimana che ha preceduto l’incontro l’ho passata a sognare una rete al portierone; partita persa 3 a 0 e niente goal ma gran partita e probabilmente è nata quel giorno la consapevolezza che anche io avrei potuto dire la mia in quel mondo. Con il passare del tempo qualche soddisfazione me la sono tolta, in verità a Sauro ho segnato poche reti ma tutte belle che sono rimaste impresse nella mia mente più di molte altre.

Quando abbiamo iniziato il calcio era un po’ diverso da quello che pratichiamo ora, si giocava in campi da calcio ridotti per l’occasione, giocavamo con 5 giocatori di movimento più il portiere rigorosamente vedente. con il passare degli anni il nostro calcio si è omologato agli standard Europei così da poter avere anche noi la nostra nazionale, ora si gioca in un campo da calcetto sui cui lati lunghi vengono posizionate delle sponde che tengono il pallone sempre in gioco, i giocatori di movimento sono passati da 5 a 4.

Nel 99 non eravamo ancora pronti a disputare un campionato nazionale così noi giocatori siamo andati a fare esperienza in altre società, io e Cristiano ad esempio siamo stati tesserati con la Liguria Calcio Non vedenti con la quale ho trovate le mie prime due reti ufficiali.

Nel 2000 abbiamo disputato il nostro primo campionato come squadra, il piazzamento di quel campionato così come quello degli anni successivi non lo ricordo ma ho ben impressi in mente vari momenti, varie situazioni che hanno contribuito a formare la persona che sono ora. Con la maglia dell’AC Marche 2000 addosso sono cresciuto, grazie a quella maglia ho girato l’Italia, ho conosciuto persone che rimarranno dentro di me per sempre, ho conosciuto mia moglie che tuttora mi supporta e sopporta nonostante mi abbia visto spesso tornare a casa con punti di sutura, naso rotto e caviglie malconce. Mi devo fermare ancora una volta per raccontare emozioni particolari, non potrò mai dimenticare le sensazioni che provavo quando, dopo ogni goal correvo ad abbracciare mio padre che sapevo sempre lì, dietro alla porta o lungo la sponda. Tuttora che a causa di una malattia è costretto a stare lontano dal campo, dopo ogni rete il pensiero va a lui, al suo abbraccio e la scarica di adrenalina che si prova dopo ogni rete si trasforma in una cosa più dolce, indelebile.

Nel 2005 ho partecipato al mio primo, e per ora unico, Europeo in Spagna sfruttando i 15 giorni della licenza matrimoniale, ciò giusto per far capire la rassegnazione di mia moglie rispetto al mio amore per il calcio. In quell’europeo ho giocato poco e neanche benissimo ma sono esperienze che chiunque si avvicina allo sport sogna da bambino, la maglia azzurra, l’inno sono sensazioni del tutto particolari.

Il calcio, in tutti questi anni ha messo sulla mia strada un sacco di persone, diventate con il tempo molto importanti, ho avuto allenatori che ora vivono dall’altra parte del mondo, persone fantastiche in grado di farti sentire importante come sportivo e come persona. Delle righe devo obbligatoriamente dedicare a Mariano e Manuela persone assolutamente fuori dalla norma, persone entrate nel nostro mondo quasi per caso e che hanno dedicato e dedicano tutte le loro energie per fare in modo che il nostro momento non si fermi ansi, con il loro entusiasmo stanno cercando di dargli un nuovo vigore.

Mariano è un mio grande amico, mister e portiere, con lui posso parlare di calcico la consapevolezza di avere opinioni schiette e sincere che solo uno sportivo vero può darti, condividiamo molte avventure ed è sempre un grande piacere stare in campo con lui, spero davvero di riuscire presto a festeggiare una vittoria importante insieme, cosa che purtroppo non sono mai riuscito a fare con mio padre, questa è la delusione più grande che ho avuto dal calcio.

Manuela invece è un vulcano di idee, una fonte inesauribile di energie, ottimismo allontano puro, grazie a lei stiamo realizzando progetti impensabili fino a poco tempo fa.

Il nostro movimento sta vivendo un momento di difficoltà senza precedenti, come per tutte le altre attività, è schiacciato dalla crisi economica, purtroppo anche dissidi politici contribuiscono a formare fazioni un tempo opposte solo per questioni di campo. La nostra squadra non fa eccezione, la difficoltà a trovare sponsorizzazioni è estrema, a ciò si aggiunge il problema di reclutare giocatori. Infatti, spesso le famiglie  dei non vedenti preferiscono saperli seduti al computer o sdraiati sul divano piuttosto che cimentarsi in una disciplina bellissima, solo per paura di qualche piccolo infortunio, che è inevitabile nel calcio a tutti i livelli. Il calcio ci fa crescere come persone in indipendenza, ci fa sviluppare capacità cognitive che possono poi essere sfruttate nella vita di tutti i giorni.

Nonostante tutte le difficoltà per noi il pallone resta il sogno che avevamo da bambini, pronti a dedicarci ad esso con lo stesso entusiasmo di quando abbiamo iniziato, pronti a porci ogni giorno nuovi obiettivi da raggiungere tutti insieme.

Il giorno del mio compleanno, un’amica ha pubblicato su Facebook una foto di me in azione ed ha scritto: “Un giocatore loved dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Auguri Simo”, beh quel giorno mi sono reso conto di aver mantenuto la promessa che mi ero fatto da bambino.

Simone Giacomelli

 

 

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